mercoledì 30 gennaio 2008

Mohandas Karamchand Gandhi


"Sono le azioni che contano! I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo"
Sessanta anni fa un indù radicale pose violentemente fine all'esistenza di una delle figure più importanti e carismatiche del XX secolo, Mohandas Karamchand Gandhi, esempio di nonviolenza e simbolo dell'indipendenza indiana.
Pochi i quotidiani che oggi ricordano la sua figura, probabilmente assuefatti ai volti di chi, in queste ore critiche per il governo Prodi, nutre le cronache politiche con appelli alla responsabilità tanto superficiali quanto contraddittori; o, forse, rapiti dallo stupore suscitato dalle carezze di Olindo Romano alla moglie Rosa. Come se poi questi stessi giornali fossero ignari del fatto che dietro le stragi mediatizzate, dietro i colpi di follia apparenti e brutali, altro non c'è che l'incapacità dell'uomo post-moderno di dare un senso alla propria vita (e a quella altrui) e di rimanervi fedele anche a costo di sacrifici.
E allora, sono proprio i messaggi lasciati da uomini come Gandhi a rappresentare la nostra àncora di salvezza, l'unico antidoto efficace al turbinìo nichilistico di emozioni cui il mercato ci espone.
Come noto, il programma politico di Gandhi fu rivolto essenzialmente all'indipendenza nazionale dell'India ma, oltre a ciò, è merito del Mahatma ("grande anima", in sanscrito) aver innovato radicalmente l'agire rivoluzionario.
Per quanto divergenti nei loro obiettivi, le teorie classiche della rivoluzione - quella liberale, quella democratica e quella socialista - hanno in comune la teoria del "diritto alla resistenza" (secondo cui è legittimo che le masse popolari si ribellino alle autorità sociali e politiche quando subiscono un'evidente situazione di ingiustizia) e la teoria della "guerra giusta" (secondo cui il popolo ha diritto di ricorrere finanche alla violenza per correggere torti e ingiustizie molto gravi). Gandhi condivise il primo di questi due principi ma rifiutò il secondo, facendosi militante di una rivoluzione nonviolenta che Egli intese non come vigliacca e passiva subordinazione agli oppressori, ma come attiva e coraggiosa ribellione all'ingiustizia.
Numerose le tecniche che Gandhi sperimentò negli anni di lotta: il boicottaggio dei beni e dei servizi britannici, il picchettaggio, lo sciopero della fame e della sete e, infine, la disobbedienza civile.
Non basta che queste tecniche siano riproposte - a modo loro - dalle odierne sbiadite personalità politiche, per dire che l'eredità gandhiana sia stata messa a frutto. C'è molto lavoro da fare perchè l'esempio di Gandhi possa ancora esercitare fascino sulle nuove generazioni: per questo Arancia Blu è pronta a lottare, con spirito rivoluzionario ma non violento.
Fabio

venerdì 25 gennaio 2008

L'UOMO NELL'ETA' DELLA TECNICA

Al di fuori delle cattedrali classiche del potere, al di sotto della turris eburnea, un filosofo parla di tecnica per comunicare massivamente…
Il prof. Umberto Galimberti, il pomeriggio del giorno 24.01.08, a Bari presso il teatro Kursall Santalucia, blandisce la folla, vomitando concetti attuali, epifanizza ‘di già’ i problemi del ‘perenne passato’ attraverso gli strumenti del futuro.
In due ore e mezza di effervescente prolusione, il professore strizza l’occhio alle tesi di Bauman sulla ‘Solitudine del cittadino globale’, allude alle idee di Watzlawick e alla sua ‘Pragmatica della comunicazione umana’, disegna i nuovi scenari per l’uomo nell’età della tecnica.
Ed è proprio questo il tema principale…Come è cambiato il rapporto tra la tecnica e l’uomo?
Il professore spiega che per tecnica si deve intendere la forma più alta di razionalità raggiunta dall’uomo, che permette di ottenere il massimo scopo con il minimo impiego di mezzi. Ha come suoi prossimi congiunti, elongazioni di se stessa, l’esecutività e il proceduralismo.
La tecnica ha assunto un ruolo centrale nella storia e l’uomo rischia di diventare sempre più il mero funzionario della tecnica.
Finanche la politica soffre oggi la tecnica.
Platone diceva che la tecnica fa fare le cose, ma senza sapere perché si fanno. È la politica - arte regia - che dice perché e come farle.
Oggi però la politica non è più il luogo della decisione. Perché la politica guarda l’economia, ma l’economia per decidere guarda le risorse tecnologiche. Dunque è nella tecnologia il fulcro del potere.
Al contempo, però, la tecnica impedisce la rivoluzione.
Infatti oggi c’è una rassegnazione generalizzata. La rivoluzione è possibile quando c’è un conflitto di volontà. Oggi con la globalizzazione, con la razionalizzazione degli scambi, sono tutti dalla stessa parte di fronte alla razionalità del mercato.
Dietro di essa non si vede chi ci sia, non si capisce.
Non è visibile l’antagonista. Donde la rassegnazione.
L’etica è stata travalicata, i suoi principi non funzionano più.
E’ stata superata l’etica cristiana, basata sul principio dell’intenzione.
È stata superata l’etica laica, di matrice kantiana, in realtà mai realizzata.
Ed è stata superata con il nazismo anche l’etica della responsabilità, tanto cara a Max Weber. Con l’epoca nazista si è spezzato il principio ontologico della responsabilità delle proprie azioni.
Si è responsabili limitatamente al proprio mansionario, ma non degli effetti della propria azione.
Si è solo obbedito agli ordini. Nell’età tecnica questa risposta è ‘giusta’.
In essa, il giudizio morale riguarda l’esecuzione del compito, non il contenuto di esso.
È cambiata finanche la depressione.
Nell’età pretecnologica imperava il senso di colpa, ora nell’età dell’efficienza si avverte un senso di inadeguatezza e si sprofonda in crisi di identità. Del resto, alla tecnica interessa la sostituibilità delle persone, non il pensiero, non le idee.
Il problema è che non riusciamo a disporre adeguatamente di un pensiero alternativo al pensiero tecnico.
Il pensiero divergente è alternativo al pensiero tecnico.
Il pensiero convergente cerca la soluzione del problema, il pensiero divergente la cerca al di fuori del problema, riformulando il problema.
Ma come liberarsi dalle logiche imperanti?
Non è agevole uscire dai luoghi comuni, non è facile capire che molti dei modi in cui ‘ci fanno vedere’ non sono i nostri reali modi di vedere.
Del resto, se tutti pensano allo stesso modo, è più facile governare, dominare ‘morbidamente’, porre al proprio servizio.
Nell’epoca in cui i miti televisivi spopolano, Internet impera con le sue chat, i suoi blog e le varie diavolerie, in cui la comunicazione segue percorsi ogni giorno diversi, sempre più secolarizzati, fin troppo mondani, c’è qualcuno che ha capito che la tecnica annulla il pensiero.
E allora ‘Psiche e technè’, rapporto di cui l’uomo diviene sempre più spettatore, mentre - come un ‘ospite inquietante’ - si affaccia alla ribalta di un mondo farneticante in cui qualcuno, resosi malignamente invisibile, ha in mano gli strumenti per azzerare, per strozzare in gola finanche l’urlo di sgomento, angoscia e passione del fantasmagorico ometto di Munch.

rael68

venerdì 18 gennaio 2008

Papa si, Papa no...

Gli ultimi eventi agli onori delle cronache, richiedono un ulteriore intervento sul tema trattato nell'ultimo articolo - dal titolo ‘relativismo’ - apparso sul nostro blog.
La questione aperta verte sull'opportunità di invitare il Pontefice in un luogo di principio laico come la pubblica Università ‘la Sapienza’.
Qualsiasi cosa se ne pensi, è evidente che si è persa unaltra occasione per dimostrare apertura e dialogo.
Il bello è che questa volta si sono ribaltate le parti.
Non è la Chiesa ad essere tacciata di chiusura, oscurantismo e pregiudizio, ma è proprio la parte che si definisce ‘laica’ a vedersi rivolta l'accusa di essere refrattaria ad ascoltare più voci, a dare campo a diversi punti di vista.
Certo si può discutere, ma opporsi strenuamente ad un evento, in fin dei conti da catalogare alla stregua delle lauree ‘ad honorem’ conferite a Mike Buongiorno, sembra ‘prima facie’ un madornale errore.
Non foss’altro perchè dà la stura a polemiche a tratti pretestuose.
E in contesti del genere si genera confusione tra chi sia la vittima e chi il carnefice...
Si crea il pretesto per strumentalizzazioni di varia natura… proprio ciò che oggi non serve alla politica.
Il fatto è che spesso dette strumentalizzazioni nascono da discussioni su macrotemi, si nascondono dietro questioni filosofiche e diatribe sui massimi sistemi.
Attenti però... di casuale c’è spesso molto poco !
Il terreno è cosparso di mine affioranti qua e , pronte ad esplodere al passaggio del ‘nemico’, da cui – a volte – il ‘nemico’ gradisce finanche farsi flagellare.
Qualcuno è caduto nel tranello, si è lasciato prendere la mano ed ha portato alle estreme conseguenze delle posizioni critiche, da cui avrebbero dovuto derivare solo costruttive discussioni.
Il risultato è stata contrapposizione, intolleranza verbale, finanche episodi di violenza.
Addirittura frange di ‘ciellini’, ‘Papa boys’ e similari hanno protestato dinanzi a ‘La Sapienza’, innalzando cartelli con sopra scritto “e pur si muove”.
Il mondo al contrario…
Che il Papa vada dove vuole, che il Papa sia celebrato dovunque trovi qualcuno che intenda farlo !
Basta guelfi e ghibellini, basta ‘guerre di religione’.
Ora che finanche Bush parla di pace tra israeliani e palestinesi,
ci piacerebbe tanto vedere Grillo alla Rai,
la ‘monnezza’ nei cassonetti,
il ciuccio che vola…
ed il Papa in una Moschea.
rael68