martedì 25 marzo 2008

L’Angolarancio

Ogni settimana che passa è una tappa della lunga corsa che porta alle elezioni.
La volontà di chi scrive è dare vita ad una rassegna e ad una analisi critica degli avvenimenti di natura politica più rilevanti occorsi negli ultimi giorni. L'intenzione malcelata è creare un angolo in cui stimolare spunti di riflessione, attraverso prospettive diverse di lettura di ciò che accade nell'agone politico.
La caduta del Governo Prodi, ad esempio, è stata salutata dalle opposte fazioni in maniera completamente opposta. C'è chi ha pianto per i destini dell'Italia a e chi ha invece brindato a champagne.
Del resto, c'è chi vede l'apertura al liberismo come una iattura e chi invece come una necessità dettata dalla globalizzazione imperante.
I ‘rossivedono ancora il comunismo come una meta da raggiungere, i ‘nericome un territorio ormai brullo su cui spargere sale.
Un tempo la scelta di voto si basava sulla valutazione dei rispettivi ‘programmi’, poi è diventato importante votare ‘le persone’.
Oggi si è capito che i programmi son parole e per ciò stesso chiacchiere…
Si è preso atto che anche la scelta delle persone è sottratta alle persone stesse per essere appannaggio dei partiti.
E allora che resta? A cosa deve affidarsi un cittadino per operare la sua scelta?
Se programmi e persone sono oggi solo simulacri di democrazia, perché non rievocare ‘la memoria’ come metro di giudizio?
Perché se oggi, Berlusconi dice che salverà l’Alitalia, domani dovrà farlo…
E se Veltroni parla di ripulire il Parlamento dai condannati, domani dovrà dimettersi se mai dovesse venire anche solo inquisito.
Il problema è che la classe politica è oggi troppo scollata dalle persone, è quasi distonica rispetto alla vita reale, non realizza quello che la gente vuole.
E allora, un angolo in cui riportare fatti e frasi celebri della nostra nomenklatura politica può divenire strumento di analisi euristica dei fenomeni futuri.
Perché la gente ha bisogno di punti fermi, ha bisogno di qualche certezza, che orienti anche le scelte politiche. Ha bisogno di ricordare quello che è stato, quello che si è detto, quello che si dice che sarà.
La gente vuole fatti, non parole! La gente vuole contare…
E se no … che democrazia sarebbe?

rael 68

giovedì 13 marzo 2008

Astensionismo e crisi della politica

Alla vigilia delle imminenti elezioni politiche a me pare che il vero spauracchio di tutti i partiti sia l’astensionismo.
Non a caso di tale fenomeno le coalizioni evitano accuratamente di parlare tutte intente a cercare di convincere gli “indecisi” a schierarsi dalla loro parte.
Del resto, si sa che anche una manciata di voti, soprattutto al Senato, con questa nostra assurda legge elettorale, può decretare la vittoria dell’uno o dell’altro.
Senza scendere in complesse analisi sociologiche e demoscopiche, operando una semplificazione, può affermarsi che la disaffezione verso le urne può avere principalmente un duplice connotato.
Da un lato, può essere un fenomeno di puro disinteresse, dall’altro la forma più estrema e consapevole di dissenso.
Nel primo caso, siamo di fronte ad una forma estrema di apatia, ad una non-azione che non contiene nessun altro significato se non quello di non aver esercitato un diritto.
Nel secondo dei casi prospettati, al contrario, vi è una larga fetta di elettorato che non si reca a votare scegliendo con consapevolezza di non esercitare un proprio diritto.
Alla base vi è un comportamento politicamente attivo che esprime un malessere acuto su cui occorre riflettere.
Una sorta di extrema ratio cui la logica del “male minore” non riesce a porre rimedio.
Credo che tale fenomeno sia destinato ad aumentare alle prossime elezioni che cadono in un momento storico in cui mai come ora si registra una sfiducia ed una crisi della politica e, prima ancora, dei partiti.
Forse gli schieramenti evitano di approfondire il tema dell’astensionismo perché hanno paura di confrontarsi con la radice del malessere che esso esprime.
Vi sono infiniti siti internet che invitano ad astenersi per non essere complici del desolante scenario della politica attuale.
Se tutti i partiti, nessuno escluso, hanno incentrato la loro campagna elettorale sullo sforzo di proporsi come la novità, il nuovo ed il diverso, una ragione deve esserci: il passato, anche quello più recente, è improponibile essendo espressione di perfetta continuità con le storie di corruzione, di sprechi, di incapacità politica.
Proprio qualche giorno fa un post sul blog di Beppe Grillo (http://www.beppegrillo.it/2008/03/fuori_tutti.html) incitava a non votare alle prossime politiche ritenendo impossibile scegliere tra una coalizione e l’altra, tutte impresentabili, tutte zeppe di scheletri nell’armadio, tutte pullulanti di candidati a cui interesserebbe solo “la poltrona, l’impunità e gli affari”.
Ebbene, vi è un pregio che neanche i peggiori detrattori di Grillo possono non riconoscergli: aver lanciato un dibattito urgente sulla crisi della politica.
Dell’attuale politica, o, meglio ancora, dell’attuale classe dirigente e degli attuali partiti.
Il “vaffanculo” conteneva in sé il bisogno del Paese di recuperare la buona politica.
Ma ai nostri politici è convenuto criticare la volgarità del gergo piuttosto che soffermarsi sul nocciolo della questione.
E questo perché?
Unicamente perché se davvero ci fosse stata la volontà di combattere il malgoverno troppe teste sarebbero cadute.

Cosa sta accadendo nell’attuale campagna elettorale? A mio sommesso avviso, la stessa cosa.
I partiti, pur identici nel loro establishment, si propongono come la novità solo perché propongono, nelle loro liste, un ristretto numero di candidati di primo pelo.
Ma hanno completamente bypassato il grido di bisogno di una politica diversa che non passa solo per i volti ma deve passare per i contenuti e precipuamente per la chiarezza sul modo di intendere la politica.
Su questo è mancato un serio dibattito.
Tutti si sforzano di dire quello che faranno, con formule più o meno demagogiche.
Tuttavia, cadute le ideologie, bisognerà pure sostituirle con qualcosa ed i partiti dovrebbero sforzarsi proprio nella costruzione di questi nuovi principi.
Tappa obbligata del cammino è la presa d’atto delle disfunzioni e delle esasperazioni della nostra nazione.
E dei fallimenti.
E nessuno degli schieramenti scesi in campo, a me pare, abbia avuto il coraggio di farlo.

Del resto, per tornare all’astensionismo, si sceglie di non andare a votare, come forma di protesta, se si ritiene di non avere più il potere di incidere sulle scelte politiche adottate dal proprio Governo.

Ebbene, io credo che l’astensionismo, che difficilmente potrebbe raggiungere una soglia di rilevanza tale da far tremare i partiti che comunque dispongono di un sistema clientelare ben rodato che convince anche i più ritrosi a votare per un proprio tornaconto, rischi di essere, inconsapevolmente, la forma massima di complicità e di adesione alle regole del gioco della partitocrazia.
Un gettare la spugna proprio in un momento storico in cui il livello di guardia dei cittadini nel controllo dell’operato delle istituzioni deve restare altissimo.
Individuato il male primario nella crisi della politica non credo sia utile abdicare al ruolo di pungolare a che questo cambiamento avvenga.
È vero che gli attuali partiti sono in molti casi troppo lontani dal nostro sentire, tuttavia, parafrasando Montanelli “turiamoci il naso” e andiamo a votare scegliendo il male minore che ben lungi dall’assomigliare a ciò che vorremmo, perlomeno, non rinunci al nostro desiderio di voler cambiare.

Imeon

venerdì 7 marzo 2008

La politica onesta


Questo blog tende ad essere forse un pò troppo 'serioso', ma penso che la politica sia una cosa seria, 'debba' essere una cosa seria. Le 'cose serie' sono tanto pallose quanto 'oneste'. Essere intellegibili è certo una garanzia di onestà, non fosse altro perchè permette la verificabilità.
Essere intellegibili è necessario per chi oggi vuol essere credibile.
Le soluzioni geniali - nella politica che voglia essere buona amministrazione - sono superflue. Serve quotidiano sudore, serve disponibilità al lavoro senza riflettori, serve ordinaria quanto essenziale amministrazione.
Semplicità… anch’essa segnale di onestà.
Che bella che era la ‘Tribuna politica’ di 30 anni fa !
Jader Jacobelli presentava un programma di approfondimento politico, che era tanto palloso, quanto era serio. Non spettacolo, no politici ad ogni occasione in tv.
Il nostro era un Paese fatto di santi, di navigatori e di eroi…oggi è un paese di calciatori, veline e politicanti…
Il giornalismo attuale è raramente di inchiesta, è servile, è asservito, è al soldo del potere. Non servono grandi menti… serve un onesto contadino al potere, la massaia che addomestica la casa. Non vogliamo gente che si spacci per essere ‘operaia’, abbiamo bisogno di gente che sia operaia.
Gente semplice che esprima concetti intelligibili…
Gente onesta…
Perché la politica è una cosa seria…

rael 68